MA-RE-M-OSSO
Marco Volpe

Intervista di Luca Buti

Mare Mosso è il titolo dell'album. Oltre all'intuitiva trasposizione dei climax musicale, questo titolo è l'acronimo dei nomi dei componenti della band. Un quartetto con: Luca MAnnutza (Pianoforte), Nicola MuREsu (contrabbasso), Marco Volpe (batteria) e Fabrizio BOSSO (tromba).
Mare Mosso, titolo autobiografico per il recente album-debutto dell'omonima formazione (il brano "JoJo" è incluso nel cd della rivista). Più che una ricerca nella sua accezione più rigida, è un lavoro nel quale, naturalmente, si rivelano e si cornpenetrano i background musicali dei suoi componenti. La tracklist allinea brani originali a composizioni di Kenny Wheeler, Steve Swallow, Chick Corea e Marcello Pellitteri. Come ha annotato Vittorio Franchini nelle note di copertina, la particolarità del progetto è quella di avere un suono e un drive classico, al servizio di brani e strutture musicali, se non avanguardiste, decisamente più moderne. Una sintesi d'idee che si posiziona in un interregno che, almeno in Italia, è un po' latente: quello tra musica da jazz club e sperimentazioni da grandi rassegne.

Intervistiamo Marco Volpe. Milanese, ottimo batterista (a proprio nome ha inciso nel 1989 Exacting Work), apprezzato didatta dello strumento, oltre che coleader della formazione.
Quattro navigatori sul "mare mosso": dall'inizio...
"Conoscevo e apprezzavo da tempo Fabrizio. Con lui abbiamo fatto alcune serate con varie formazioni, fino ad arrivare a una data in trio con Muresu, con il quale ho trovato subito un'eccellente intesa ritmica. Nicola, oltre a un elemento necessario per la buona riuscita di un gruppo, è dotato anche di uno dei più bei suoni di basso in circolazione (è uno dei pochi che usa ancora corde di budello!). Poi, per sviluppare ciò che avevamo in mente mancava un pianista ed è stato Fabrizio a portare Luca, con il quale già collaborava in seno agli High Five e che non solo è uno splendido solista, ma anche il miglior accompagnatore che abbiamo oggi in Italia. Mannutza è anche stato una sorta di direttore musicale del cd: anche se il nostro è un progetto collettivo, è stato Luca a compiere la selezione definitiva dei brani. Nicola si è dimostrato un compositore eccellente, fornendo tre brani inediti, compreso l'iniziale "JoJo", che, come si sa, è il più importante, perché dà subito all'ascoltatore l'impronta del gruppo."
Insegnare vs. suonare...
"Sono due attività che richiedono una dedizione e un'applicazione totale o quasi e che dunque non si possono portare avanti insieme a livello paritetico. Oggi c'è una gran schiera di musicisti che non riescono a sbarcare decentemente i! lunario suonando e che "arrotondano" cercando di dare lezioni a qualche malcapitato. Il mio caso (ma ce ne sono anche altri) è opposto: mi ritengo principalmente un insegnante e suono, non per arrotondare, ma per soddisfazione personale. Suono per comunicare con un più alto numero di persone contemporaneamente e perché questa è stata la motivazione per la quale ho iniziato con la musica. L'insegnamento può essere "creativo" quanto il suonare: scoprire e valorizzare le doti di un ragazzo che vuole imparare lo strumento e vederlo farsi strada nella professione è una soddisfazione che dura nel tempo più di un buon concerto."
Breve storia dell'accompagnamento contemporaneo...
"La mia "visione" è che fino agli anni 60/70 la scena jazzistica, e di conseguenza anche quella batteristica, era in continua evoluzione, ma, dopo il dissolvimento di ogni struttura, è stato ben difficile andare avanti. Si è quindi verificato un recupero di stilemi precedenti, spesso mischiati tra loro (a ben pensarci è successa la stessa cosa anche nel campo della musica classica o in quella delle arti figurative). Ovviamente, i "frullati" si somigliano di più dei singoli frutti! Ma c'è ancora qualche piccolo spazio per l'originalità. Batteristi come Ari Honig o Stanton Moore, ad esempio, stanno creando qualcosa che, pur partendo da esperienze precedenti, sarebbe stato difficilmente immaginabile trent'anni fa. Però, neanche trovo nulla di male a riproporre stili e modi di suonare del passato, come potrebbe fare un pianista che interpreta Chopin o Mozart..."
Scena jazz divisa!? Sì e no...
"Anche Leonardo, Raffaello o Mozart frequentavano corti e chiese. Non tanto perché amassero particolarmente nobili o vescovi quanto perché è lì che avevano la possibilità di lavorare, e non mi sembra che per questo fossero meno creativi! Sicuramente rimasero "sufficientemente creativi" da far arrivare il loro genio fino ai giorni nostri. Fossero rimasti chiusi nei loro studi rifiutando ogni compromesso, probabilmente oggi non ne sentiremmo parlare...
Anche nel jazz c'è una certa divisione: per esempio ciò che si sente nei jazz club o che è inserito in un filone più mainstream è diverso da certi tipi di sperimentazione, che vengono proposti nei festival. Ciò è in qualche modo legato anche al luogo stesso nel quale ci si trova... Tanto più nel campo della musica jazz, che è largamente improvvisata e legata al feeling del momento. È naturale che in un club suoni quello che in uno spazio più ampio potrebbe risultare un po' inconsistente e viceversa. Potrebbe essere pretenzioso e inutile suonare musica altamente sperimentale in un club, dove la gente beve o chiacchiera. Anche negli Stati Uniti, dove il jazz è nato, sono decenni che c'è questa sdoppiatura. Il bebop è nato nei club, mentre le "sperimentazioni" sono nate nei teatri. Non dimentichiamo però, tanto per fare due nomi, che la figura di Charlie Parker, che suonava in localini fumosi, giganteggia sempre di più, mentre quella di Stan Kenton, che negli stessi anni riempiva i teatri con concerti di musica "progressiva", denominati Innovations In Modern Music, è quasi scomparsa."