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8 Dischi per 8 drummers
Questo articolo vuole venire incontro a tutti quei batteristi che si vogliono avvicinare alla musica jazz ma non sanno "da dove cominciare" e
che male o per nulla indirizzati se ne allontanano subito convinti che il jazz sia in fondo soprattutto una gran noia. Una vera disgrazia in
questo senso sono i CD che trovate in edicola, con o senza rivista allegata o le raccolte supereconomiche trovate magari al supermercato. E'
bene chiarire che quasi mai le case discografiche cedono i diritti di titoli che sono ancora richiesti nel mercato regolare e che dunque in
queste compilations potete trovare quasi unicamente lavori minori, registrazioni "live" male incise e altri vari scarti di magazzino che
nella migliore delle ipotesi possono interessare lo storico o l'appassionato che conosce già i musicisti attraverso le loro incisioni più
importanti, non certo il neofita. Cominciamo dunque con 8 incisioni, una per ogni batterista sul quale sono apparsi articoli su "Percussioni"
e che sono, a giudizio dei più, i maggiori drummers del dopoguerra: Kenny Clarke, Max Roach, Philly Joe Jones, Art Blakey, Roy Haynes, Elvin
Jones, Tony Williams e Jack De Johnette. Nel compilare questa lista ho privilegiato le incisioni che non solo mostrino i batteristi succitati
al loro meglio, ma anche che siano "storiche" o comunque la cui qualità non sia limitata al solo lavoro sui tamburi.
1) Kenny Clarke: Kenny Clarke "Bohemia After Dark".
Strano destino quello di Kenny Clarke: pur essendo stato il primo batterista "moderno"
della storia del jazz ad essersi mantenuto su alti livelli fino quasi alla sua morte avvenuta nel 1985, non ha legato il suo nome a nessun
capolavoro, se si escludono alcune incisioni con Miles Davis poi raccolte come "Birth Of The Cool" ma nelle quali Clarke svolge un ruolo
molto limitato. La scelta è caduta su questo album che presenta una musica frizzante e fresca legata al be bop dell'immediato dopoguerra
con in più una qualità sonora superiore (l'incisione è del 1955) che permette di far ascoltare il gioco sul piatto di Kenny Clarke molto
meglio che nei suoi dischi degli anni '40. Ottimi anche gli altri musicisti, in particolare i fratelli Nat e Julian "Cannonbal" Adderley,
rispettivamente alla cornetta ed al sax alto ed il pianista Horace Silver.
2) Max Roach: "Clifford Brown & Max Roach".
Discorso inverso di quello fatto a proposito di Kenny Clarke: Roach ha preso parte a così
tante incisioni "storiche" che sceglierne solo una è assai arduo. La scelta cade su questo disco che ci dà anche l'occasione di potere
ascoltare uno dei più grandi trombettisti del jazz moderno, Clifford Brown, che era il co leader di questo quintetto. Brown morirà
purtroppo meno di due anni dopo questa incisione, il 26 giugno 1956, in un incidente d'auto nel quale perderà la vita anche il pianista
del gruppo, Richie Powell. Va detto che queste incisioni sono uscite, sia in disco che in CD, anche con altri titoli. Vi elenco i pezzi
che ne fanno parte per facilitarvene la ricerca. Essi sono "Delilah", "Parisian Thoroughfare", "The Blues Walk", "Daahoud", "Joy Spring",
"Jordu", "What Am I Here For". Altri albums raccomandabilissimi del quintetto sono "Study In Brown e "Three Giants", l'ultima incisione
del gruppo, che vede l'ingresso del grande tenorsassofonista Sonny Rollins al posto di Harold Land (e per questo l'album è stato edito
anche con il titolo "Sonny Rollins Plus Four)". Una curiosità: in quest'ultimo album è stato inciso il primo 3/4 della storia del jazz: "Valse Hot".
3) Art Blakey: "Art Blakey And The Jazz Messengers-Moanin". ![]()
Anche se Blakey ha inciso, specie all'inizio della sua carriera; con diversi
artisti, è impossibile separare il suo nome da quello dei Jazz Messengers, il gruppo che ha guidato dagli anni '50 fino alla sua morte (16
ottobre 1990) e che ha lanciato moltissimi musicisti poi diventati stelle di prima grandezza: da Wayne Shorter ai fratelli Winton e Brandford
Marsalis, da Keith Jarrett a Freddie Hubbard e molti altri ancora. Ho scelto questa incisione del 1958 perché contiene i due maggiori
successi del gruppo: "Moanin'" e "Blues March".
4) Philly Joe Jones: Miles Davis "Round About Midnight".
Il più bel disco, a mio parere, dello storico quintetto di Davis degli anni
'50. Completato da John Coltrane al sax tenore, Red Garland al pianoforte e Paul Chambers al contrabbasso. Dello stesso gruppo, con
l'aggiunta di Cannonball Adderley al sax alto, è consigliabile anche "Milestones", non altrettanto bello ma in compenso con un Philly
Joe Jones in maggiore evidenza.
5) Elvin Jones: John Coltrane - "A Love Supreme".
Come già ho avuto modo di dire negli articoli a lui dedicati apparsi su questa rivista,
è nei cinque anni (dal 1960 al 1965) di permanenza col quartetto di Coltrane che Elvin Jones raggiunse i suoi massimi vertici. Ascoltatelo
nelle quattro parti che compongono questa suite incisa nel 1964, il massimo capolavoro di un quartetto che ne aveva già incisi parecchi
altri. E davvero stupefacente la simbiosi tra sax e batteria e la straordinaria, parossistica intensità che i due, coadiuvati dal
contrabbassista Jimmy Garrison e dal piano di Mc Coy Tyner sanno creare.
6) Tony Williams: Miles Davis - "Miles Smiles".
Un'altra incisione di Miles Davis per un altro storico quintetto, quello degli anni'60,
completato da Wayne Shorter (sax), Herbie Hancock (piano) e Ron Carter (contrabbasso). Il ritorno in studio di Davis dopo anni di sole
incisioni dal vivo per un disco-capolavoro che sposta l'asse del mondo jazzistico e prelude ad ulteriori rivoluzioni. Tony Williams ai
suoi primi 20 anni, molto più maturo che negli ultimi 20, in ogni brano distribuisce intuizioni geniali.
7) Roy Haynes: Chick Corea - "Now He Sings, Now He Sobs".
Davvero difficile scegliere solo una incisione tra le decine, probabilmente le
centinaia, quasi tutte di alto livello, effettuate da Haynes nella sua più che cinquantennale carriera. Ho scelto questo album in trio del
1968 perché rappresenta il ponte tra il Roy Haynes boppistico e quello più moderno che in seguito collaborerà anche con Pat Metheny, perché
è il disco che lancia la moda del flat ride, il piatto senza campana dal suono molto definito e quasi senza dinamiche che ascolteremo in
moltissime incisioni degli anni '70 e perché può far riconciliare con Chick Corea tutti quelli che non sopportano le sue "Elektric Band".
8) Jack De Johnette: Keith Jarrett - "Standards Live" (ECM 21317).
Non ho avuto invece nessun dubbio nello scegliere la formazione con la
quale presentare De Johnette, nonostante anche lui abbia partecipato a moltissime incisioni memorabili nell'arco degli ultimi 30 anni.
Ritengo infatti il trio di Jarrett (completato da Gary Peacock al contrabbasso) la formazione più interessante degli ultimi anni: semmai
era difficile decidersi fra i primi tre albums del trio: "Standards, Vol. 1", "Standards, Vol. 2" e "Standards Live". La scelta è caduta
su quest'ultimo soprattutto per il brano "Too young To Go Steady", nel quale De Johnette crea un accompagnamento indefinibile e bellissimo,
sul quale Jarrett costruisce uno dei migliori assoli di tutta la sua carriera. Altri CD del trio consigliabili: "Standards vol.1",
"Standards vol.2", "Still Live" (doppio), "The Cure", e per i più abbienti, il recente album sestuplo (!) "Live At The Blue Note".
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